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PONTEMILVIO E COSTANTINO. L'ANNO 312: LA VITTORIA A PONTE MILVIO
 
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PONTEMILVIO E COSTANTINO. L'ANNO 312: LA VITTORIA A PONTE MILVIO

Costantino e Massenzio tra storia e legenda

Costantino con i tempi ormai maturi, dopo i preparativi, decise di scendere in Italia per affrontare il cognato MASSENZIO; l'usurpatore che da tempo si era trincerato a Roma cautelandosi con i suoi 100.000 uomini per difendersi, temendo sempre che uno dei contendenti al trono imperiale prima o poi sarebbe sceso su Roma. Costantino con 40.000 soldati inizia a muoversi dalla Gallia. Altrettanto fa Massenzio inviandogli incontro alcuni reparti del suo esercito.
Dal Moncenisio Costantino attraversa le Alpi, scende verso Susa e Torino; in entrambe le due località riporta due successi senza peraltro distruggere nè le città nè causando vittime nella popolazioni pur avendo queste fino allora sempre appoggiato servilmente Massenzio.
Da Torino Costantino dilaga su tutta la pianura, tocca Milano, Brescia, supera il Ticino e piomba sulla sponda ovest dell'Adige a Verona, dove dentro le mura della città veneta ad attenderlo c'è l'esercito di Massenzio al comando di Pompeiano Ruricio.
Nottetempo Costantino varcò l'Adige e pose in assedio Verona, che partendo dalla periferia venne stretta in una morsa. Ruricio volle provare a rompere una parte dell'assedio sembrandogli in un certo punto debole, ma Costantino che aveva preparato la trappola, aspettava questa mossa da lontano; si era appostato con il grosso dell'esercito ai lati del trabocchetto creato ad arte per attrarre Ruricio, che caduto nel tranello, Costantino subito lo chiuse in una stritolante tenaglia non risparmiando nessuno, compreso il comandante.
Terminata l'impresa veronese senza altri inconvenienti, Costantino proseguì per Vicenza, Padova, Treviso e si ricongiunse ad Aquileia con il grosso dell'esercito che era sceso dal Friuli; rimessosi poi in cammino puntò verso Modena, e dopo aver fatto capitolare la città, imboccata la via Flaminia iniziò l'avvicinamento a Roma.
MASSENZIO intanto dopo aver fatto ammassare in città una enorme quantità di granaglie per un eventuale previsto assedio, decise (lo spionaggio gli rivela che i soldati di Costantino non sono molti) di mandare incontro a Costantino sempre sulla via Flaminia il suo esercito fino a Saxa Rubra, in attesa del grosso dell' avversario.
Una prima schermaglia con i reparti di Costantino danno il successo temporaneo a Massenzio, ma permettono a Costantino con una manovra diversiva -passando quasi inosservato- di avanzare indisturbato e portarsi a ridosso di Ponte Milvio alle porte di Roma dove in silenzio si accampa in piena notte nascondendo in ogni anfratto i suoi uomini.
Qui entrano le leggende dove è impossibile trovare la verità storica perchè le versioni sono solo di parte, di Lattanzio in greco e di Eusebio che però la cronaca la prende più tardi dallo stesso Lattanzio e la traduce "come meglio potè". Fra tante elogiative gesta del suo amato imperatore, ci racconta che Costantino in quella notte che era appartato nel buio con i suoi uomini, aveva fatto un sogno, quello di apporre sui suoi vessilli una croce; sappiamo però che questo vessillo era da tempo in uso nei suoi reparti della Gallia; era una X con una linea ripiegata in cima e al centro di questa lettera, e sappiamo pure che furono messe molto in evidenza nella lotta, perchè tutti i romani (cristiani e pagani) dall'interno potessero nettamente distinguere le truppe di Costantino che stavano dando l'assalto in quel momento e che cercavano appunto appoggio anche all'interno della città desiderosa di essere liberata dall'usurpatore.
MASSENZIO dopo il successo nella prima schermaglia contro quella manovra diversiva preparata da Costantino, era quasi certo di aver in pugno la situazione e credendo che il successo iniziale portava a un successo facile finale, abbandonò la città e si fece incontro contro quelle che credeva essere le truppe principali di Costantino.
Strategicamente, come a Verona, lo stesso Costantino lo attendeva con quello che effettivamente era il grosso dell'esercito; fece avanzare quello di Massenzio in profondità, poi dai lati a tenaglia lo chiuse dopo che le sue truppe avevano attraversato il Ponte Milvio.
Fu una trappola colossale che mise allo sbaraglio le truppe di Massenzio che colte di sorpresa tentarono disordinatamente tutte insieme di arretrare e di rientrare in città, ma nell'attraversare il ponte fatto di barche questo cedette e fece precipitare tutti i malcapitati nel fiume, compreso Massenzio, che morì così annegato nei flutti di quel Tevere che il giorno prima aveva fatto dai suoi indovini aspergere di sangue propiziatorio e gli avevano anche assicurato che la sua vittoria era certa.

EUSEBIO era stato in Egitto e qui aveva visto veramente le persecuzioni dei cristiani; questa terra fu veramente la terra dei martiri, ma era un territorio dove i suoi abitanti erano stati in passato il più superstizioso e fariseo dei popoli, e chi ce lo dice é proprio Cristo, attraverso i Vangeli.
Ma Roma non era l'Egitto, mentre Eusebio ci narra nelle vicende della sua Storia della Chiesa alcune persecuzioni che invece lui non aveva assistito a Roma ma in Egitto; e perfino la stessa famosa visione in sogno della croce di Costantino viene attribuita a una sua successiva romanzata versione. Quando scrisse la Vita del beato imperatore Costantino, essendo lui uno smisurato ammiratore dell'Imperatore,questa era un'opera encomiastica più che storica. Diventando poi "Teologo di Corte" per 28 anni, fino al 339, ed essendo il primo autore di una storia della Chiesa (Storia ecclesiastica)con una "sua" amplissima documentazione ci "narra" i primi secoli del cristianesimo, soffermandosi molto spesso sulle "vittorie" del suo beniamino dopo i mille "patimenti" patiti dai cristiani..
Nella leggenda della "visione della croce" c'è solo una fonte ed è proprio quella di Eusebio, nella sua "Vita di Costantino", ma questa fu fatta solo nel 337 cioè posteriormente alla morte di Costantino, e proprio Eusebio non l'accenna invece minimamente quando scrisse nel 325 la già citata "Storia Ecclesiastica".
Dopotutto la croce non era un simbolo esclusivamente cristiano. In tempi passati i galli avevano combattuto sotto la croce di luce del dio Sole, sicchè (visto che le truppe erano proprio della Gallia) i cristiani avrebbero visto nel labaro la croce del Cristo mentre per i soldati quello era semplicemente il loro labaro e basta.
Comunque lasciamo la storia degli storici e ripartiamo dagli enconomiasti, che affermano più semplicemente che la vittoria a Costantino gli era stata promessa dal Dio, e al Ponte Milvio lo stesso Dio aveva poi mantenuto a lui quella promessa, che poi ci siano state altre interpretazioni non cambia nulla. Le idee di Costantino su un Dio monoteistico erano abbastanza chiare, non altrettanto chiare furono in seguito e in merito alla differenza tra il Cristo, il Sol invictus (il suo dio Sole) e la sua persona. Vicario non lo fu mai, solo a pochi minuti dalla morte, quando - ma ce lo racconta sempre Eusebio - prima di ricevere i sacramenti ebbe gli ultimi dubbi ma alla fine disse "e sia, abbandoniamo ogni ambiguità".
Un episodio - se è vero- anche questo molto ambiguo come molti altri nella vita di Costantino.

 
 
 
 
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